martedì 31 luglio 2012

giorno 253

Sono prevalentemente tre le fonti di gaudio e amenità per un giovane graphic designer.
La prima è che dire “Ciao, sono un graphic designer!” fa sempre figo, anche se negli anni non ha aumentato il numero di esseri umani di sesso opposto al mio orbitanti intorno alla mia figura.
La seconda fonte di gaudio è quella di aprire un blog sulla propria attività di grafico e non tenerlo aggiornato perché nella propria attività di grafico non succede praticamente niente di effettivamente rilevante.
E la terza origine di gioia per un giovane grafico è quella di creare loghi, con studio e lavoro impegnativi e stimolanti, per attività prestigiose come un orto frutticolo dal nome improbabile. Per carità, è un lavoro che qualcuno deve fare, ci mancherebbe, anzi, in tempi di crisi… però quando ti tocca fare le faccine alla verdura su Illustrator è inevitabile rosicare su chi si prodiga in progetti un po’ più seri.
Ad esempio quello studio che ha preso più di 500.000 (cinquecentomila) € per applicare il corsivo al logo Alitalia. Non scherzo. (Link all’articolo su un blog che seguo: QUI).
Sto lavorando alla tesi.
In questo periodo la domanda “Su cosa la fai?” è quella che temo ed odio di più. Non tanto perché te la fanno tutti, ma perché non so come rispondere!
La faccio su un sacco di cose che vedranno la loro concretizzazione in una banale infografica a tema ancora da definire; banale infografica che oggi ha richiesto i primi 40 (quaranta) € di libri.
Quel bricconcello di Otto Neurath.
Anzi, se qualche malcapitato avesse da consigliare un testo su uno o più dei seguenti argomenti:
   - Teoria della percezione
   - Gestalt
   - Semiotica
   - Isotype
   - Otto Neurath
   - Altre cose del genere
è libero di scriverlo nei commenti. La mia gratitudine potrebbe giungere ad accarezzargli amorevolmente le dita dei piedi.
Penso di aver finito.
Gubbai.

venerdì 9 marzo 2012

giorno 109


Giuro che non mi sono dimenticato di questo blog, è che, in quest’ultimo periodo, della mia esperienza di graphic designer c’è davvero poco da raccontare.
Terminato lo stage in tipografia ho “studiato” – tra infinite virgolette – per sostenere qualche esame – tra cui quello di graphic design, per il quale ho dovuto creare l’immagine di corporate per una presunta etichetta discografica da me inventata – e lavorato a un logo e al sito del gruppo in cui suono.
In merito a queste due cose ho scoperto che:
1) la difficoltà principale nel progettare il logo di una fotografa sta nel cercare di non farlo assomigliare a quello per una parrucchiera. Nelle proposte che ho presentato al “cliente” (le virgolette sottolineano il fatto che la fotografa la conosco da molto molto tempo prima di apprendere il significato di… che ne so… font.), se si sostituisse “photographer” con “hair stylist”, difficilmente si noterebbe qualche incongruenza.
2) Wordpress è fico.
Ah… qualche tempo fa ho twittato a David Carson (come da figura) che però non ha risposto, suscitando in me un mix di tristezza, amarezza, delusione e pena per me stesso. Questo per qualche secondo, poi ho continuato a vivere la mia vita.
Chi non sapesse chi è David Carson può:
1) se non è un graphic designer, seguitare nella sua ignoranza senza conseguenze troppo catastrofiche;
2) se è un graphic designer, vergognarsi molto e poi informarsi su chi sia; dopodichè vergognarsi un altro po’… così.
Sto ancora valutando l’idea di aprire qualche post “extra-diario” dove trattare temi come, appunto, David Carson!
Dopo questo post pieno di liste e di David Carson è l’ora che vi saluti.
Oggi per pranzo spaghetti col cavolo romano… roba seria.
Ciao.